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STEVE RODEN : Cups into clouds, songs into rain, and other landscapes (27/5/04 - 10/7/04 e 8/9/04 - 25/9/04)
immagini
A due
anni esatti dalla sua prima mostra per e/static (un periodo di lavoro
molto intenso, coronato dalla recente acquisizione, da parte del Museo
d'Arte Contemporanea di San Diego, della grande installazione "Moon
Field") Steve Roden ritorna a Torino con alcune serie di nuovi lavori
che confermano la sua versatilità e freschezza, e la ricchezza
- qualitativa e quantitativa - del suo repertorio.
Disegni, dipinti, sculture, un'installazione sonora: parti diverse che
si accordano intorno all'idea, fondamentale nella sua opera, di 'traduzione'
(nuvole dalle tazze, pioggia dalle canzoni...). Emblematico, fra tutti,
il lavoro "Vowels", qui in una nuovissima versione creata appositamente
per questa mostra, in cui il suono cantato delle cinque vocali,
passando per la sua visualizzazione grafica al computer, si trasforma
in altrettante sculture, ognuna colorata secondo gli accostamenti formulati
da Rimbaud nella sua celebre poesia "Voyelles".
Quella di Roden è una procedura che raggiunge esiti di grande libertà
e leggerezza muovendo sempre da una codificazione preventiva molto precisa
e rigorosa, secondo modalità che, oltre ad avere una certa analogia
con le regole di crescita biologica, rimandano soprattutto a Cage. Esse,
infatti, vengono applicate nell'intento di contenere al massimo l'attività
determinativa dell'ego, lasciando così la porta aperta
all'imprevedibile e incontrollabile. Una sorta di creazione 'pura' - in
senso appunto naturale, cioè indeciso - grazie alla quale
l'opera sboccia fra le mani dell'artefice, che si limita quindi,
deliberatamente, a funzionare come 'elemento' del processo creativo, offrendo
allo stesso fruitore la possibilità di prendervi parte a sua volta.
Condizione necessaria, quest'ultima, perché davvero possa disvelarsi,
e ancora sbocciare, la vera natura dell'opera.
[comunicato stampa del 20/5/04]
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